Come funziona e perché è utile la psicoterapia corporea

Come nasce la psicoterapia corporea?

Anche se in Italia non è molto conosciuta, la psicoterapia corporea ha una storia molto antica. Già Freud aveva compreso lo strettissimo legame che esiste tra i sentimenti e le emozioni e il corpo, quindi tra la psiche e il corpo.

Ma il padre della psicoterapia corporea è Wilhelm Reich, allievo di Freud. Reich, anche lui convinto dello stretto legame tra emozioni e corpo, partendo dalle intuizioni di Freud, elabora il suo modello teorico dal quale poi discende il suo modello di psicoterapia che è la Vegetoterapia Caratteroanalitica, un nome difficile, che tradotto in parole povere è la psicoterapia corporea, costituita da una parte di terapia verbale per lavorare su atteggiamenti, comportamenti e modi di pensare associata a una parte di lavoro che coinvolge il corpo.

Nel corso del tempo questo modello è stato ulteriormente sistematizzato da Federico Navarro e si è evoluto con le importanti intuizioni di Francesco Dragotto, che ha formulato il Funzionalismo Energetico.

Ma a cosa servono questi movimenti corporei? Perché si fanno?

Per comprendere la loro validità ed efficacia, dobbiamo partire da un presupposto: la psiche e il corpo non sono due entità separate che non si parlano tra loro, ma sono strettamente interconnessi e costituiscono la nostra unità. Noi siamo composti di “elementi” che si trovano in una strettissima relazione tra di loro. E questa scoperta si deve a Reich, che ha così ricomposto una scissione antica di centinaia di anni. Quindi, essendo collegati, ciò che succede a livello emozionale si ripercuote anche a livello corporeo e viceversa.

Facciamo alcuni esempi per rendere più chiari questi concetti che sembrano lontani da noi ma che invece sperimentiamo tutti i giorni senza rendercene conto.

A tutti è capitato di commuoverci guardando un film: la commozione sale da dentro, arriva agli occhi e si manifesta attraverso le lacrime. Ma fate caso a cosa facciamo per cercare di non piangere. Iniziamo a deglutire e se non dovesse bastare contraiamo i muscoli della gola e del torace, il diaframma e in pochi secondi la commozione ritorna da dove era venuta, tirandosi dietro anche le lacrime. Fate attenzione a questa parola che sto utilizzando: contrarre i muscoli. La riprenderemo tra poco.

Facciamo un altro esempio: cosa facciamo quando ci assale la rabbia? Quale parte del corpo maggiormente utilizziamo per controllarla e non esprimerla? La bocca! Tutta la muscolatura della bocca e i masseteri vengono contratti e si stringono i denti. Così la rabbia può evitare di uscire. E anche qui, di nuovo, avviene una contrazione.

Da questi esempi, riusciamo facilmente a comprendere che per controllare una emozione abbiamo utilizzato il nostro corpo. E in questi, come in altri casi, abbiamo utilizzato il corpo per difenderci da una emozione e dalla possibilità di esprimerla.

Ancora un esempio. E quando invece ci sentiamo pieni di gioia e vitalità, cosa ci andrebbe di fare? Di saltare, saltellare, di aprire la bocca, spalancare gli occhi, sorridere, aprire le braccia, il torace e le gambe, ecc. L’espressione della gioia porta con sé queste ed altre manifestazioni corporee.

Quindi, possiamo dedurre quello che intuì Reich: che a fronte di emozioni spiacevoli il nostro corpo si contrae e si ritira, a fronte di emozioni piacevoli il nostro corpo si espande e si apre. Nel momento in cui riusciamo a mantenere una sana alternanza tra momenti di contrazione e chiusura e momenti di espansione e apertura, riusciamo a mantenere un buon equilibrio psicofisico e la nostra pulsazione vitale. La pulsazione vitale è il nostro naturale movimento energetico costituito dall’alternanza di momenti di espansione e contrazione.

Gli esempi che vi ho appena fatto servono per arrivare a un’altra importante scoperta di Reich: oltre a costituire una unità integrata, corpo e psiche hanno anche la stessa identica funzione: difenderci dal dolore, dalla paura, dalla frustrazione. E come ci difendiamo? Come abbiamo visto, a livello corporeo attraverso la contrazione muscolare che, se perdura nel tempo, diventa cronica e genera quella che Reich chiamava la “corazza muscolare”, che possiamo vedere nella nostra peculiare corporeità, nella postura, nella forma delle spalle, del torace, del collo, ecc., che ci conferiscono un determinato aspetto. A livello psichico, costruiamo quello che Reich chiamava “carattere” o armatura caratteriale, che è costituita sostanzialmente dai nostri atteggiamenti, comportamenti, modi tipici di pensare, agire, comunicare, relazionarci, ecc.

Purtroppo però, la conseguenza della corazza muscolare è che il legame tra psiche e corpo viene interrotto, le emozioni vengono “sganciate”, scollegate e separate dal corpo e perdiamo il senso della nostra unità. Vi sarà certamente capitato di sentire qualche amico che vi racconta la propria infanzia, magari difficile, senza nessuna emozione, con un tono piatto, asciutto, come se la cosa non gli appartenesse e stesse parlando della storia di un altro. Ecco, questo vostro amico, per difendersi, ha dovuto separare le sue emozioni dal suo corpo. E separando le emozioni dal corpo si genera quindi una scissione tra queste due parti. (ad es. bambino con madre o padre violenti che ricorda gli episodi in cui veniva mettiamo picchiato, ma non riesce più a richiamare la paura e il dolore, ricorda senza emozione; queste emozioni sono state così intense che, per non essere sopraffatto, ha dovuto “anestetizzare” il corpo per non sentire più l’emozione, scollegando l’emozione dal corpo. Ma questa scissione si può ricomporre.

Oltre a questo, se da un lato carattere e corazza ci difendono, allo stesso tempo ci impediscono di avere un sano sviluppo psico-affettivo, perché oltre alla paura e al dolore ci impediscono di sentire anche il piacere, la tenerezza, la gioia, l’amore e la nostra vitalità, rendendoci più rigidi. I meccanismi di difesa sono quindi psicosomatici.

E ora torniamo alla domanda: perché si fanno i movimenti corporei? A cosa servono?

Reich sviluppa una serie di acting, cioè tecniche espressive, specifici movimenti corporei pensati per essere simili a comportamenti primari (come il movimento della suzione o il gesto del no) e per attivare determinate sensazioni ed emozioni. Lo scopo degli acting è di allentare le tensioni e ammorbidire la muscolatura per consentire alle emozioni e ai traumi “intrappolati” in essa (ricordiamoci sempre della contrazione che facciamo nella gola per fermare il pianto) di affiorare alla coscienza e di liberarsi, esprimendosi. Inoltre, favoriscono gli insight, cioè le intuizioni su se stessi e la consapevolezza delle proprie emozioni. Questi insight arrivano sotto forma di ricordo, anche molto antico, immagine o emozione e sono molto importanti perché costituiscono lo strumento con cui si ristabilisce la connessione tra la psiche e il corpo, sperimentando il senso di integrazione e unità precedentemente perduto.

Quando si struttura la corazza muscolare?

Secondo Reich la corazza muscolare si struttura a partire dalle prime interazioni tra il bambino e la madre o la figura parentale di riferimento e via via si va rinforzando. Ma perché? Reich intuisce che è la relazione tra madre e bambino a porre le basi per uno sviluppo sano o uno sviluppo patologico. Se la madre è molto ansiosa, o depressa, o ha lo sguardo assente, o è rabbiosa e non riuscirà a dare al bambino una presenza accogliente, calda, aperta e amorevole, il bambino avrà la necessità di difendersi dal dolore, dall’angoscia e dal senso di solitudine che questa situazione gli provocherà. E l’unico modo che avrà per difendersi sarà inibire la propria spontaneità che lo porta in modo naturale verso la madre, contraendosi a livello muscolare e reprimendo le proprie emozioni a livello psichico.

Francesco Dragotto, direttore di Seor-Aipef, intuisce tuttavia che prima della corazza muscolare, durante la gravidanza e quindi sempre attraverso la relazione primaria con la madre, si instaurano le tendenze energetiche: cioè la tendenza a espandersi, a contrarsi o a pulsare, che caratterizzeranno l’organismo per tutta la sua vita, che saranno come un’impronta primaria, un imprinting, sul quale poi si struttureranno la corazza muscolare e psichica. Cioè, in risposta al “modo di essere” della madre e per difendersi da esso se la madre si trova in una condizione di espansione o contrazione croniche, il feto instaura la propria tendenza energetica.

Se la madre è capace di mantenere la sana alternanza tra espansione-apertura e contrazione-chiusura (quindi di pulsare), il feto riuscirà anch’esso a mantenere la propria pulsazione vitale. Se la madre si trova invece in una eccessiva e fissa espansione, il feto non riuscirà a mantenere la propria pulsazione poiché potrà o sentirsi invaso dall’espansione senza limiti della madre e risponderà contraendosi per evitare l’invasione o cercare di incontrare in tutti i modi la madre e risponderà espandendosi a sua volta. Infine, se la madre è ritirata e contratta, chiusa, spaventata dal movimento vitale che porta in grembo, anche in questo caso il feto potrà contrarsi perché spaventato o espandersi per fuggire da questa assenza di movimento e vitalità materne.

Quindi, all’interno di questa teoria, i sintomi del malessere psicologico e corporeo come vengono interpretati?

Le malattie, i sintomi ci dicono che qualcosa non va, sono il nostro sistema di allarme, corporeo, che si attiva quando l’armatura difensiva corporea e psichica non riesce più a sostenere e a fronteggiare le situazioni a cui l’organismo è esposto. Pensiamo alle crisi di ansia, agli attacchi di panico, alle allergie o alla gastrite: costituiscono uno stato di malessere di per sé, ma non sono IL problema: sono “solo” il sintomo, l’allarme che l’organismo ci dà per dirci che è arrivato a un punto critico e che è necessario fare qualcosa di risolutivo. Tuttavia, è molto frequente che le persone abbiano una grande difficoltà a riconoscere e accettare la natura psicologica dei propri disturbi fisici. Questo perché siamo fortemente influenzati da una logica medica meccanicistica, per certi aspetti rassicurante ma deresponsabilizzante, che separa la psiche dal corpo e li vede come due entità autonome che non si parlano né si influenzano. Per cui se è il corpo ad ammalarsi, è su quello che bisogna intervenire: prendiamo semplicemente una pillola o delle gocce e tutto si sistema, non c’è bisogno di fare altro, né di chiedersi la motivazione profonda di una determinata manifestazione corporea.

Ma non è così. Come abbiamo visto, psiche e corpo costituiscono una unità e sono strettamente interconnessi: ciò che avviene sul piano psichico-emozionale si ripercuote e si esprime anche sul piano corporeo (e viceversa) e le emozioni costituiscono il ponte che unisce questi due “piani”. In fondo, guardando le cose da un’altra prospettiva, tutti i sintomi sono una grande risorsa e una grande occasione, perché ci fanno rendere conto che qualcosa non va. Quindi, lavorano per noi e per il nostro benessere e non dovrebbero essere il “nemico” da combattere ma i nostri preziosi alleati, perché ogni sintomo contiene al suo interno una grande opportunità: quella di occuparci di noi e di stare meglio, affrontando e possibilmente risolvendo una sofferenza che forse ci portiamo dentro da troppo tempo. In questa ottica, possiamo “utilizzare” i sintomi per acquisire una maggiore consapevolezza di noi stessi, comprendere le cause di quello che ci sta succedendo e, agendo su di esse, conquistare una vita più piena e soddisfacente.

Come si svolge una seduta con questo approccio?

Dopo un momento iniziale di verbalizzazione, il paziente si sdraia sul materasso e, seguendo le indicazioni del terapeuta, inizia la respirazione profonda, che ha l’obiettivo di sbloccare il diaframma contratto e di aiutare la persona a entrare in un contatto corporeo (e quindi emozionale) più profondo. Perché lavoriamo moltissimo con la respirazione e per cercare di sbloccare il diaframma. Perché il diaframma è uno dei primi muscoli che impariamo a bloccare, già durante il tempo intrauterino. Poi il paziente esegue gli acting indicati dal terapeuta e, in seguito a questi, verbalizza ciò che ha sentito, in termini di sensazioni, immagini, emozioni.

Che tipi di intervento si possono fare con questo approccio?

Oltre alla psicoterapia individuale, di coppia e di gruppo, per affrontare e risolvere problemi come ansia e attacchi di panico, depressione, problemi alimentari, sessuali e di relazione, di sterilità e molto altro ancora, i post reichiani hanno sviluppato e sistematizzato interventi di prevenzione (che già sia W. Reich sia sua figlia Eva praticavano negli anni 40-50 del secolo scorso) e di psicoterapia breve.

Per quanto riguarda la prevenzione, seguendo le intuizioni di Reich secondo cui la corazza caratteriale e muscolare si inizia a formare fin dai primi istanti di vita extrauterina, prevenire significa mettere in campo delle azioni tali per cui si possa evitare che le future generazioni strutturino una corazza muscolare e caratteriale troppo rigida. Ciò significa, attraverso un lavoro di accompagnamento alla gravidanza e al parto, aiutare le coppie in attesa a migliorare la relazione tra di loro e quella con il bambino, fin dal concepimento. In realtà, Francesco Dragotto e l’equipe “Bambini del futuro” della Seor Aipef, lavorano con le coppie ancor prima del concepimento, aiutandole a maturare un desiderio, il più sano possibile, di avere un figlio. Prevenire significa anche intervenire precocemente per compensare e riparare eventuali traumi vissuti dal bambino durante la gravidanza, il parto o il post parto (separazioni dalla madre, incubatrice, ospedalizzazioni, parti cesarei, solo per fare alcuni esempi). In questi casi, si interviene con il Massaggio Bioenergetico Dolce Neonatale di Eva Reich, detto il “massaggio della farfalla” perché ha un tocco lieve e delicato come quello delle ali di una farfalla.

Per quanto riguarda la psicoterapia breve, X. Serrano (uno psicoterapeuta reichiano di Valencia) ha validato scientificamente il modello di Psicoterapia Breve Caratteroanalitica PBC, che coniuga i vantaggi della terapia breve focalizzata sul sintomo con i vantaggi della terapia corporea: il sintomo si risolve nella maggioranza dei casi e la persona conquista, grazie agli acting, la percezione di una maggiore integrità. La Psicoterapia Breve ha una durata di circa 6-8 mesi e, seppur in un tempo piuttosto breve, comunque riesce a raggiungere l’obiettivo di ammorbidire la corazza muscolare e caratteriale, così che la persona possa riconquistare l’equilibrio perduto. E i risultati che si conseguono sono duraturi nel tempo.